Close-up – Recensione del libro “Lo sguardo e l’evento” di Alessandro Izzi

Il territorio non è la mappa che lo rappresenta. La cartina geografica con la quale ci orientiamo quando viaggiamo, l’atlante stradale che consultiamo quando ci sentiamo persi hanno poco a che vedere con gli ambienti che attraversiamo. La silouette della Fontana di Trevi che campeggia nel fitto intrico di linee che rappresentano le strade di Roma ha un rapporto incerto con la fisicità delle sculture, con gli zampilli d’acqua e con le monetine gettate dai turisti coi loro incerti ed ambigui baluginii a pelo d’acqua.

È come per il pirata a caccia di un malloppo : sa bene che la X segnata sulla mappa indica il luogo in cui si trova il tesoro. Ma sa altrettanto bene che la X non è il tesoro. Perché la X non la puoi spendere, non la puoi usare, non la puoi nemmeno toccare dato che è poco più di uno sbaffo d’inchiostro su un pezzo di pergamena.

All’inizio della storia del cinema, quando i Lumiere puntavano la macchina da presa su signori che giocavano a carte fumando sigari, la differenza tra realtà ed immagine era un dato di fatto solo parzialmente posto in discussione. Secoli di dipinti e di sculture non avevano eliminato il muro che separava lo sguardo dall’evento. Ognuno sapeva bene che l’Infanta di Spagna era una persona viva e vera che parlava e che mangiava, che respirava e pensava. Se lei era l’evento, la tela era niente più che lo sguardo di Goya puntato su di lei.

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