Close-up – Recensione del libro “Lo sguardo e l’evento” di Alessandro Izzi

gennaio 16, 2009

Il territorio non è la mappa che lo rappresenta. La cartina geografica con la quale ci orientiamo quando viaggiamo, l’atlante stradale che consultiamo quando ci sentiamo persi hanno poco a che vedere con gli ambienti che attraversiamo. La silouette della Fontana di Trevi che campeggia nel fitto intrico di linee che rappresentano le strade di Roma ha un rapporto incerto con la fisicità delle sculture, con gli zampilli d’acqua e con le monetine gettate dai turisti coi loro incerti ed ambigui baluginii a pelo d’acqua.

È come per il pirata a caccia di un malloppo : sa bene che la X segnata sulla mappa indica il luogo in cui si trova il tesoro. Ma sa altrettanto bene che la X non è il tesoro. Perché la X non la puoi spendere, non la puoi usare, non la puoi nemmeno toccare dato che è poco più di uno sbaffo d’inchiostro su un pezzo di pergamena.

All’inizio della storia del cinema, quando i Lumiere puntavano la macchina da presa su signori che giocavano a carte fumando sigari, la differenza tra realtà ed immagine era un dato di fatto solo parzialmente posto in discussione. Secoli di dipinti e di sculture non avevano eliminato il muro che separava lo sguardo dall’evento. Ognuno sapeva bene che l’Infanta di Spagna era una persona viva e vera che parlava e che mangiava, che respirava e pensava. Se lei era l’evento, la tela era niente più che lo sguardo di Goya puntato su di lei.

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LIBRI DI CINEMA – Recensione di Carlo Valeri: “Lo sguardo e l’evento” di Marco Dinoi

dicembre 3, 2008

Come riuscire a rapportare il cinema e le sue immagini con le pratiche riproduttive dei dispositivi massmediologici e fruitivi del mondo contemporaneo? E’ possibile resistere con un cinema autoriale esterno all’incessante propagazione della virtualità sempre più imperante? E dov’è il mondo in tutto questo? Nelle immagini riflesse o nei processi teorici e realizzativi sottesi a esse? Sono alcune delle domande che Marco Dinoi (1972-2008) si pone nel suo complesso, illuminante e (purtroppo) postumo libro, diviso in quattro parti, ognuna delle quali a sua volta contenente diversi paragrafi. Docente universitario, saggista, regista di cortometraggi e documentari, Dinoi riflette, con perizia filologica impressionante, sulla rappresentazione del mondo da parte dei media e sulle dinamiche concettuali, culturali e sociali che tali riproduzioni mettono in atto nell’immaginario collettivo e nel rapporto tra noi spettatori e il visibile.

La sua analisi prende così in esame testi filmici anche molto diversi tra loro, dalle manipolazioni estetiche di Orson Welles, al documentarismo rarefatto di Werner Herzog, dalle sperimentazioni cromatiche di Kitano ed Ejzenstejin, all’acuta riflessione su un film precognitivo qual è il Fight Club di David Fincher (del quale mette in relazione molto acutamente la schizofrenia del protagonista con la creazione di un Doppio che è sì liberazione pulsionale dell’Io, ma anche e soprattutto creazione di un mondo fittizio e fantasioso che a sua volta si fa esso stesso autonomo).

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Appunti per un cinema dell’Apocalisse di Dimitri Chimenti

settembre 1, 2008

Se per filosofia intendiamo non un campo disciplinare, ma un’attività critica attraverso cui costruire un destino comune e testimoniare il mondo, allora in Italia essa solo raramente è stata applicata all’analisi del cinema. Vengono in mente soprattutto i nomi di Maurizio Grande e di Pietro Montani, ma anche quello di un giovane studioso recentemente scomparso, Marco Dinoi.

A pochi mesi dalla morte del suo autore esce Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema (Le lettere, € 25, pag. 328), un’analisi sulle diverse funzioni che televisione e cinema hanno svolto nella costituzione di una memoria degli eventi dell’11 Settembre. Un libro che parte dalla consapevolezza che tutto l’armamentario concettuale messo in campo dagli epigoni di Baudrillard e soci è ormai inservibile. E’ forse da questa consapevolezza che nasce una scrittura di un’eticità potente, capace di stabilire ancora una differenza primaria tra ciò che vediamo e ciò che conosciamo.

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«Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema». Recensione di Simone Ghelli

agosto 30, 2008

Ci sono libri di cui vale la pena parlare, e altri di cui se ne farebbe volentieri a meno. Poi ci sono i libri di cui è necessario parlare. Sono quelli che aprono nuovi territori – vuoi per la novità delle tematiche trattate, vuoi per l’originalità dell’approccio proposto – e che invitano pertanto alla riflessione.
Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema di Marco Dinoi fa parte, per varie ragioni, di questa terza categoria.

Innanzitutto perché è un vero e proprio libro di teoria del cinema, di quelli che raramente si ha il dono d’incontrare, ma di una specie un po’ particolare, poiché non cerca di fondare un nuovo paradigma entro il quale rinchiudere l’oggetto del proprio studio. Le teorie sono già là, a portata di mano, a condizione di avere il coraggio e la volontà di farle proprie, di attuare uno sconfinamento di campo che ci sottragga dall’ingrato compito di difendere i propri ambiti disciplinari. Ci vuole soprattutto la voglia di ripartire dal cinema e dalla realtà, dalle prime e necessarie domande che la teoria non deve mai smettere di porsi, per poi arrivare alla domanda più attuale e necessaria: che ne è della realtà quando essa viene percepita sempre più spesso attraverso il filtro dell’immagine mediatica?

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