Su alcuni fotogrammi di Chris Marker. Articolo pubblicato su lavoroculturale.org

luglio 31, 2012

Questa mattina Massimiliano Coviello ha pubblicato un interessante articolo sul blog Lavoro Culturale che riprende alcune delle riflessioni fatte da Marco Dinoi proprio su questo regista.

Ieri, 30 luglio 2012, è scomparso Chris Marker: regista, sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia, produttore, fotografo. Per ricordarlo e approfondire il suo lavoro sulle e tra le immagini, vi proponiamo alcune pagine che Marco Dinoi ha dedicato all’analisi dei suoi film nel libro Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema (Le Lettere, 2008).

San Soleil – La rarefazione dell’evento

[…] Chris Marker tenta con “l’immagine della felicità” in Sans soleil, una sequenza che mostra tre bambini islandesi fare un girotondo, e che la voce narrante dice di aver tentato di montare con altre sequenze senza mai riuscire a trovare quella che potesse accordarsi con la prima: «allora ho pensato di metterle una lunga coda nera, se non si vedrà la felicità, almeno si vedrà il nero».

[...] per la voce narrante – immagine sonora che in questo caso agisce quasi come una didascalia – quella era l’immagine della felicità, ma in relazione ad altre immagini non funziona come tale, allora, a partire dalla stessa voce, lo spettatore è invitato a compiere, per proprio conto, la medesima operazione di connessione in coincidenza dello schermo nero che si fa seguire a quella sequenza, perché l’oscurità al cinema, e non solo al cinema, è sempre molto affollata. Lo sguar- do a cui l’immagine della felicità si propone è invitato a innescare quell’immagine, oppure a non farlo, a proiettare i suoi desideri, i suoi fantasmi… a partire da essa, dalla sua materialità («ho incontrato tre bambini in Islanda»), e dopo di essa, nel nero che la segue. […] Si può partire dall’immagine di tre bambini che giocano in Islanda, e si può provare ad agganciare l’inquadratura ad altre per verificarne la produttività o la referenzialità («per me era l’immagine della felicità»); se la concatenazione non funziona, allora si proverà a far seguire l’immagine da una coda di nero che darà inizio al film, “senza sole” non vorrà dire “senza immagine”.

Per leggere l’articolo integrale clicca sul link sottostante.

Su alcuni fotogrammi di Chris Marker.
A partire da Lo sguardo e l’evento di Marco Dinoi.


Presentazione libro Sguardi incrociati a LunedìLibri – Appuntamenti d’Autore (19 marzo 2012)

febbraio 28, 2012

19 marzo ore 17.30
Università degli Studi di Siena
Aula Magna Storica del Rettorato

Incontro su
Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi
Curato da Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi
Fondazione Ente dello Spettacolo editore

Partecipano Alessandro Cannamela, Christian Uva, Roberto Venuti, Luca Venzi


Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi

novembre 23, 2011

Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi

a cura di Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello, Francesco Zucconi

Editore: Fondazione Ente dello Spettacolo
Collana: Frames
Pagine: 280
ISBN: 8885095623 9788885095625
Prezzo: € 14.90

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Dieci anni fa, l’11 settembre 2001, il mondo assistette senza fiato al reiterarsi ossessivo e sempre uguale della sequenza televisiva del crollo delle Torri Gemelle. Nel tentativo di reagire all’orrore, furono in molti a recitare come un mantra la frase “sembra un film”, aprendo la strada all’intuizione che in quel momento si stesse chiudendo un’era e che anche il cinema dovesse essere coinvolto in una profonda e radicale riscrittura della storia. Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi, curatori di Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi (Fondazione Ente dello Spettacolo, pagg. 276, € 14.90) riprendono il filo delle teorie raccolte in Lo sguardo e l’evento, opera postuma di Dinoi, interrogandosi – proprio a partire da questa sequenza televisiva così fondamentale per il nostro tempo – sul ruolo dell’immagine e sulla sua capacità di guidare lo spettatore verso il ruolo di testimone. Il volume – in cui trovano spazio innesti di pensiero e teorie eterogenee – è un coro di voci teso a fornire una mappa, o quantomeno una guida, per destreggiarsi nel complesso percorso teorico tratteggiato nel libro di Dinoi, lasciandoci riflettere sulle eco visibili e invisibili dell’11 settembre sul cinema e spingendoci a ripensare l’«archivio di immagini del passato come un doppiofondo continuamente convocabile in seno al presente».

di Chiara Supplizi

(La recensione è già apparsa  sul numero 10, ottobre 2011, della “Rivista del Cinematografo”)


Intervento di Massimiliano Coviello al XXXVII convegno AISS “ARTI E POLITICA” (audio)

dicembre 20, 2009

Di seguito riportiamo la registrazione e l’abstract dell’intervento di Massimiliano Coviello “Le forme del discorso politico ne Il Divo di P. Sorrentino” realizzato in occasione XXXVII convegno nazionale dell’Associazione Italiana Studi Semiotici (“Politica 2.0 – Memoria, etica e nuove forme della comunicazione in politica”) svoltosi a Bologna dal 23 al 25 ottobre 2009.

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte

Quinta parte

Abstract intervento

Dopo un lungo periodo di “disimpegno” dai temi politici e di rilevanza sociale che, in linea di massima, ha caratterizzato il cinema italiano tra gli anni ottanta e gli anni novanta assistiamo a un periodo di “rinascita” caratterizzato da un rinnovata necessità di confrontarsi con avvenimenti storici e fatti di attualità molto dibattuti dall’opinione pubblica e non ancora “assimilati” dal corpo sociale. Tra i fautori di questo nuovo fermento che si sta producendo nel cinema italiano contemporaneo vanno annoverati diversi registi tra cui: Marco Bellocchio (Buongiorno, notte del 2003), Nanni Moretti (Il caimano, 2006), Emanuele Crialese (Nuovomondo, 2006), Matteo Garrone (Gomorra, 2008), Paolo Sorrentino (Il Divo, 2008). Sarebbe un errore considerare l’impegno sociale e l’importanza etica di questi film solo sulla base di un realismo tematico (il terrorismo, i fenomeni migratori, il crimine organizzato, la commistione tra criminalità e politica, ecc.) e quindi tralasciando le modalità di rappresentazione e il discorso formale che le singole opere mettono in gioco. Pur condividendo l’interesse di critica e di pubblico che questi film hanno ricevuto, l’obiettivo del presente lavoro è quello di indagare, attraverso gli strumenti della semiotica strutturale, le modalità di costruzione e di rappresentazione del discorso politico concentrandosi su un singolo testo filmico.
Il Divo (2008) sfrutta differenti modalità di testualizzazione della storia politica italiana con l’obiettivo di riattivare e rielaborare la memoria di eventi relativi al periodo di travagliata transizione dalla Prima alla seconda Repubblica. Soggetto privilegiato di questa “ricostruzione” è Giulio Andreotti (interpretato da Tony Servillo), uno dei principali protagonisti della storia politica italiana e rappresentante del più grande partito di massa, la Democrazia Cristiana. Per questo motivo, l’analisi si concentrerà sulle strategie di rappresentazione del “corpo del capo” e di spettacolarizzazione delle vicende che lo hanno coinvolto. A livello diegetico, non assistiamo alla pedissequa riproposizione di eventi ed esistenti, né ad una loro ricostruzione con il solo obiettivo di valutare le colpe o smascherare presunti colpevoli. In altre parole, Il Divo costruisce il suo discorso sulla storia politica italiana attraverso una messa in discussione costante dei testi che la hanno precedentemente veicolata o che ne erano parte integrante, in una tensione costante tra documentazione e rilettura di un passato traumatico. È il caso emblematico degli inserti audiovisivi in cui si “dà voce” alle lettere scritte da Aldo Moro durante la sua prigionia ad opera delle Brigate Rosse. Il film ne modifica in parte il contenuto e mostra gli effetti patemici sui soggetti politici a cui queste erano indirizzate.
L’analisi si concentrerà inoltre sui modelli figurativi e sulle strategie narrative del monologo/confessione di Andreotti; la sequenza è un vero e proprio metadiscorso in cui emerge come la modalità del potere sia il valore centrale, se non l’unico, nella costruzione del discorso politico.


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