Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema

settembre 11, 2012

di Marco Dinoi

11 settembre 2012

[Pubblichiamo oggi, 11 settembre, l’Introduzione a Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema (Le Lettere, Firenze 2008); opera in cui Marco Dinoi si interroga sulla relazione tra l’evento e l’immagine mediatica, l’esperienza della realtà, e la funzione del cinema e delle immagini nella costruzione della memoria e dell’alterità. Qui trovate una raccolta dei dibattiti e dei convegni, dei confronti sul web e nelle aule universitarie, nei quali il pensiero di Dinoi è stato messo a lavoro, all’incrocio delle discipline e dei media].

Image

Tra il “sembra vero”, con cui gli avventori del Grand Café accoglievano nel 1895 le prime proiezioni cinematografiche dei fratelli Lumière, e il “sembra un film”, con cui lo spettatore televisivo dell’attentato contro le Twin Towers ha reagito a quelle immagini, c’è forse un salto cognitivo che manifesta un aspetto della nostra epoca con cui già da tempo ci troviamo a fare i conti. Tuttavia l’istantaneità con cui l’immagine che proveniva da New York si è insediata nell’immaginario, senza un intervallo di latenza, divenendo da subito un archetipo, propone una configurazione almeno parzialmente inedita. A questo si deve aggiungere che il “tempo reale” della trasmissione si sarebbe presto esteso ai giorni a venire, in una coazione a ripetere che ha prodotto una sospensione spazio-temporale decisiva per le modalità con cui ricordiamo ed elaboriamo il trauma. Un altro tratto dell’immagine dell’evento: non solo l’abbiamo vista tutti, ma, come mai prima, avevamo la percezione sensibile che tutti la stessero vedendo nello stesso istante (almeno nell’emisfero occidentale), che non si potesse far altro che guardarla, e questo ci impone di ripensare una delle proprietà più rilevanti dello sguardo, la sua soggettività – l’immagine riempiva lo schermo senza lasciare scarti, zone d’ombra o di opacità, in cui lo sguardo potesse installarsi ed agire in modo almeno parzialmente autonomo. Per tutti questi fattori (che hanno operato insieme alla costellazione discorsiva estremamente semplificata in cui quella sequenza è stata innestata: “nulla sarà come prima”, “attacco all’America”, “attacco all’Occidente”…), l’immagine dell’evento 11 settembre può essere intesa come un passaggio al limite di alcune delle dinamiche interne al sistema dei media.

Le domande, allora, da cui l’indagine parte: che ne è della realtà, di ciò che esperiamo come realtà, quando la nostra percezione di essa si fa anche (o soprattutto) attraverso l’immagine mediatica? Quali sono le forme significanti con cui i media “vestono” l’evento, di volta in volta per amplificarne la portata cognitiva, per attutirla o comunque per gestirla? In che modo le immagini che i media producono dell’evento, che in quanto tale si inserisce nella realtà come una frattura, influenzano la sua memoria, e quindi la sua elaborazione (anche, ma non solo, nel senso in cui l’antropologo e lo psicanalista parlano di elaborazione del lutto)? Qual è il posto dell’Altro all’interno delle immagini mediatiche che siamo abituati a vedere (sempre che, a questo proposito, sia possibile individuare una tipologia morfologica e funzionale “stabile” di tali immagini)? Ogni capitolo del libro cerca di articolare una domanda, o meglio un nucleo problematico dove si addensano più domande, e di delineare delle ipotesi di risposta.

Quattro plessi problematici la cui analisi non può che essere provvisoria e locale, perché da una parte essa trova i suoi oggetti teorici in un panorama cognitivo in mutazione, dall’altra cerca di costruire un piano di intelligibilità che intersechi i quattro nuclei a partire dall’opera di alcuni cineasti che si sono confrontati con l’habitat comunicativo in cui viviamo o, nel caso degli autori che contribuiscono a 11’09’’01 (2002), direttamente con un evento che abbiamo vissuto anche come “mediatico”.

Negli “interludi” tra i capitoli mi occupo invece di configurazioni più interne alla teoria e alla critica del cinema, come possibili risposte alla messa in forma dei contenuti che vige tendenzialmente nei circuiti comunicativi “istituzionali”: l’utilizzo di una drammaturgia del colore che può arrivare a mettere in crisi la “pretesa referenziale” dell’immagine, la sua duplicazione del mondo; la zona di indeterminazione tra i macrogeneri della finzione e del documentario, nell’abbozzo che di tale problema è chiaramente rinvenibile in alcune opere, forse le meno ricordate, di Pier Paolo Pasolini; la relazione tra occhio e oggetto, e dunque tra soggetto e mondo, che è implicata nel meccano filmico.

È all’interno del campo concettuale così circoscritto che ho cercato di individuare le strategie che una parte del cinema contemporaneo oppone alle formule impiegate dalla sfera mediatica per organizzare le immagini neutralizzanti o normalizzanti dell’alterità (comunque la si voglia declinare) e, specularmente, quelle di una comunità di fatto introvabile (è uno degli insegnamenti di Hannah Arendt) – formule da cui ovviamente il cinema non è immune, e che anzi contribuisce a produrre ogni qual volta poggia le sue operazioni sul cliché. Del resto l’attacco al World Trade Center è stato prefigurato proprio all’interno della produzione hollywoodiana che si suole definire “catastrofista” e quindi era già presente nella sfera immaginaria. Da tale angolazione prospettica questo studio non desidera aggiungersi alle pubblicazioni a cui l’evento 11 settembre ha dato luogo; esso infatti non aspira a darne una lettura sociologica, storica, economica… si cerca anzi di ribaltare o problematizzare uno degli assunti principali di alcune di queste analisi: il momento di crisi non è scientificamente utilizzabile per la ricostruzione di dinamiche di lungo periodo o per il rilevamento di caratteristiche sistemiche. Cercherò di comprendere se l’evento ha realmente messo in crisi il sistema di produzione delle immagini, com’è sembrato logico che fosse, o se, al contrario, la sua “gestione” da parte dei media non sia stata una conseguenza di modalità operative che hanno prodotto una risposta da autodafé. In questo senso mi pongo quesiti più elementari (ma non per questo meno ambiziosi) rispetto a quelle ricerche: cosa abbiamo visto dell’evento? Come lo abbiamo compreso? Cosa rimane di esso? E soprattutto: quali opzioni alcuni cineasti hanno cercato di proporre per accogliere lo sguardo dell’Altro, per articolare una produzione di senso che contrasta la pervasività del cliché divenuto ormai doxa, per porre un argine alla logica dicotomica noi/loro, che sicuramente la lettura dominante dell’evento non ha prodotto, ma forse riattivato dandole nuova linfa? Più che risposte univoche, ho cercato strumenti per circoscrivere lo spazio problematico che tali domande implicano nelle filmografie di autori che mi sembrano interessati a modulare la loro pratica in relazione allo scenario cognitivo in cui si trovano a operare – scenario in cui i media, come produttori di immagini in senso ampio, hanno un ruolo determinante.

La variazione continua dello spazio logico che separa l’immagine e la cosa rinvenibile nell’opera di David Lynch, a fronte della tendenziale sostituibilità tra questi due poli che i media ci presentano, le stratificazioni all’opera nelle immagini che ci mostra Chris Marker in un intreccio ineludibile di etica ed estetica, a fronte dell’immagine monolitica che la televisione esibisce, ciò che è rilevabile nei film di Werner Herzog quanto alle possibilità di connessione dell’immagine occultate dalle nostre sclerotizzate abitudini ottiche che ci fanno percepire il mondo sempre uguale a se stesso… sono solo alcune delle strategie che costituiscono l’orizzonte concettuale che tento di disegnare nelle pagine che seguono. L’andamento rapsodico di alcuni riferimenti filmici si spiega, allora, anche con il tentativo di reperire delle rarità a fronte di un oggetto, l’immagine mediatica, che non è mai raro, ma sempre disponibile, sempre “consumabile” indipendentemente da chi sia il “cliente”, l’importante è che questi paghi in termini di attenzione e di disattenzione.

Serge Daney si è più volte soffermato sulle relazioni tra cinema e televisione, anche facendo esercizio della sua feconda ironia: «credo che per il XX secolo la bellezza del cinema sia stata quella di essere una gigantesca macchina asociale che, paradossalmente, ha insegnato a milioni di persone a vivere con gli altri, dunque in società, ma senza mai dimenticare che al mondo non c’è solo la società. Invece, quando non resta altro che l’orizzonte sociale, quando il mondo è scomparso, ci si trova imprigionati nella mediocrità del villaggio globale, e anche se questo villaggio è ultracomunicante resta sempre un villaggio. E un villaggio non ha bisogno di critica, ha bisogno di imbonitori, di ultras, di guardie campestri, insomma di televisione» [1].

È possibile che non si possa più trattare il cinema come un dispositivo, nel senso che Michel Foucault ha conferito a questo termine, per la rilevanza stessa che ha smesso di avere all’interno dell’orizzonte sociale, per la dimensione minoritaria che esso ha rispetto ad altre pratiche, ad altri media. Ma il cinema non è mai stato solo un medium, come lucidamente afferma Daney. Il cinema che ci ri-guarda è stato e può essere uno strumento di esplorazione, una protesi sinestesica, una lente anamorfica… un interlocutore, tutte queste cose, altre e forse una tassonomia è ancora da fare. Lo schermo non è (solo) lo specchio. Di volta in volta il film e il suo spettatore assumono una relazione diversa – non può che essere così quando non ci troviamo di fronte alla concatenazione di cliché che la “mediasfera” ci offre; ma è chiaro che di questo si tratta, di una relazione. Allora, ancóra, un certo cinema, quello di Roberto Rossellini, di Abbas Kiarostami, di Michelangelo Antonioni, di Michael Haneke, di Orson Welles…, ci ri-guarda perché ci mette in relazione con l’Altro e con il mondo, in un mondo, qual è il nostro, in cui la logica posizionale fa di ognuno il punto di snodo assolutamente intercambiabile di una rete di connessioni, di una mappa che diventa territorio; alcuni cineasti ci ricordano, come i geografi, che questo orizzonte non risponde alla nostra esigenza di mondo, di movimento, di tempo.

Solo l’altro ieri, nel 1958, Luis Buñuel poteva affermare, parafrasando Octavio Paz: «basterebbe che la palpebra bianca dello schermo riflettesse la luce che le è propria, per far saltare l’universo. Ma per il momento possiamo dormire tranquilli poiché la luce cinematografica è convenientemente dosata e incatenata. In nessuna delle arti tradizionali c’è una sproporzione così grande fra possibilità e realizzazione come nel cinema» [2] ; e ieri, nel 1986, Andrej Tarkovskij manifestava una smisurata fiducia perché il cinema era appena agli inizi e la strada delle sue sperimentazioni sarebbe stata tanto lunga quanto fertile. [3] Ancóra, esplorando i limiti del visibile nel cuore del visibile, alcuni cineasti tendono a sottrarsi (e a sottrarci) alla medietà spettacolare dei tempi, per mettere in scena, ancóra, lo sguardo e il mondo, per concepire gli strumenti di una riappropriazione dell’uno e dell’altro.

 

Note

[1] Serge Daney, L’Exercice a été profitable, Monsieur, Éditions P.O.L., Paris 1993, tr. it. di E. Nosei e S. Pareti, Il cinema, e oltre. Diari 1988-1991, Il Castoro, Milano 1997, p. 225.

[2] Luis Buñuel, Obra literaria, a cura di Augustín Sánchez Vidal, tr. it. di D. Pini Moro, Scritti letterari e cinematografici, Marsilio, Venezia 1984, pp. 169-170

[3] Andrej Tarkovskij, Zapeçatlënnoe vremja, tr. it. a cura di V. Nadai, Scolpire il tempo, Ubulibri, Milano 1988, pp. 9-25.


Su alcuni fotogrammi di Chris Marker. Articolo pubblicato su lavoroculturale.org

luglio 31, 2012

Questa mattina Massimiliano Coviello ha pubblicato un interessante articolo sul blog Lavoro Culturale che riprende alcune delle riflessioni fatte da Marco Dinoi proprio su questo regista.

Ieri, 30 luglio 2012, è scomparso Chris Marker: regista, sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia, produttore, fotografo. Per ricordarlo e approfondire il suo lavoro sulle e tra le immagini, vi proponiamo alcune pagine che Marco Dinoi ha dedicato all’analisi dei suoi film nel libro Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema (Le Lettere, 2008).

San Soleil – La rarefazione dell’evento

[…] Chris Marker tenta con “l’immagine della felicità” in Sans soleil, una sequenza che mostra tre bambini islandesi fare un girotondo, e che la voce narrante dice di aver tentato di montare con altre sequenze senza mai riuscire a trovare quella che potesse accordarsi con la prima: «allora ho pensato di metterle una lunga coda nera, se non si vedrà la felicità, almeno si vedrà il nero».

[...] per la voce narrante – immagine sonora che in questo caso agisce quasi come una didascalia – quella era l’immagine della felicità, ma in relazione ad altre immagini non funziona come tale, allora, a partire dalla stessa voce, lo spettatore è invitato a compiere, per proprio conto, la medesima operazione di connessione in coincidenza dello schermo nero che si fa seguire a quella sequenza, perché l’oscurità al cinema, e non solo al cinema, è sempre molto affollata. Lo sguar- do a cui l’immagine della felicità si propone è invitato a innescare quell’immagine, oppure a non farlo, a proiettare i suoi desideri, i suoi fantasmi… a partire da essa, dalla sua materialità («ho incontrato tre bambini in Islanda»), e dopo di essa, nel nero che la segue. […] Si può partire dall’immagine di tre bambini che giocano in Islanda, e si può provare ad agganciare l’inquadratura ad altre per verificarne la produttività o la referenzialità («per me era l’immagine della felicità»); se la concatenazione non funziona, allora si proverà a far seguire l’immagine da una coda di nero che darà inizio al film, “senza sole” non vorrà dire “senza immagine”.

Per leggere l’articolo integrale clicca sul link sottostante.

Su alcuni fotogrammi di Chris Marker.
A partire da Lo sguardo e l’evento di Marco Dinoi.


Apertura alla consultazione del Fondo Marco Dinoi

aprile 10, 2012

Il Fondo Marco Dinoi è stato costituito ed è consultabile presso la Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia dal mese di Marzo 2012.

Il Fondo è collocato presso i locali della Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena. L’accesso e la consultazione del materiale è regolato dalle norme della Biblioteca.

Per maggiori informazioni clicca qui.

Di seguito gli Elenchi di Consistenza (pdf)
Testi
Appunti

Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi

marzo 20, 2012

Ieri pomeriggio, alle 17.30, presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Siena (Via Banchi di Sotto, 55) si è tenuto l’incontro sul libro Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi (Fondazione dello Spettacolo, Roma 2011).
Hanno partecipato all’incontro Alessandro Cannamela, Christian Uva, Roberto Venuti e Luca Venzi.
L’evento, che rientra nella programmazione della rassegna LUNEDì LIBRI, ha proposto un momento di riflessione intorno alla raccolta di interventi del seminario “Lo sguardo e l’evento. Letture incrociate”, tenutosi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena tra gennaio e maggio 2009. Il ciclo di seminari era dedicato alle riflessioni che Marco Dinoi ha raccolto nelle pagine del suo ultimo lavoro: Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema, pubblicato postumo nel maggio 2008 per l’editore Le Lettere di Firenze.

Al seguente link potete consultare la premessa del volume.


Presentazione libro Sguardi incrociati a LunedìLibri – Appuntamenti d’Autore (19 marzo 2012)

febbraio 28, 2012

19 marzo ore 17.30
Università degli Studi di Siena
Aula Magna Storica del Rettorato

Incontro su
Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi
Curato da Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi
Fondazione Ente dello Spettacolo editore

Partecipano Alessandro Cannamela, Christian Uva, Roberto Venuti, Luca Venzi


Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi

novembre 23, 2011

Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi

a cura di Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello, Francesco Zucconi

Editore: Fondazione Ente dello Spettacolo
Collana: Frames
Pagine: 280
ISBN: 8885095623 9788885095625
Prezzo: € 14.90

Acquista online
Dieci anni fa, l’11 settembre 2001, il mondo assistette senza fiato al reiterarsi ossessivo e sempre uguale della sequenza televisiva del crollo delle Torri Gemelle. Nel tentativo di reagire all’orrore, furono in molti a recitare come un mantra la frase “sembra un film”, aprendo la strada all’intuizione che in quel momento si stesse chiudendo un’era e che anche il cinema dovesse essere coinvolto in una profonda e radicale riscrittura della storia. Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi, curatori di Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi (Fondazione Ente dello Spettacolo, pagg. 276, € 14.90) riprendono il filo delle teorie raccolte in Lo sguardo e l’evento, opera postuma di Dinoi, interrogandosi – proprio a partire da questa sequenza televisiva così fondamentale per il nostro tempo – sul ruolo dell’immagine e sulla sua capacità di guidare lo spettatore verso il ruolo di testimone. Il volume – in cui trovano spazio innesti di pensiero e teorie eterogenee – è un coro di voci teso a fornire una mappa, o quantomeno una guida, per destreggiarsi nel complesso percorso teorico tratteggiato nel libro di Dinoi, lasciandoci riflettere sulle eco visibili e invisibili dell’11 settembre sul cinema e spingendoci a ripensare l’«archivio di immagini del passato come un doppiofondo continuamente convocabile in seno al presente».

di Chiara Supplizi

(La recensione è già apparsa  sul numero 10, ottobre 2011, della “Rivista del Cinematografo”)


“Image, intericonicité, répetition” di Angela Mengoni

marzo 3, 2011

Angela Mengoni sur Marco Dinoi, Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinemaImage, intericonicité, répetition

Angela Mengoni sur Marco Dinoi – Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema, Le Lettere, Florence 2008, 324 p.
ISBN 88-608-7118-2 et Clément Chéroux, Diplopie.
L’image photographique à l’ère des médias globalisés: essais sur le 11 septembre 2001, Le Point du Jour, [Cherbourg] 2009, 131 p.
ISBN 978-2-912132-61-1
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Clicca qui per la recensione completa su Rheinsprung 11


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