“ARTI E POLITICA” al XXXVII convegno AISS

dicembre 22, 2009

Dai lavori del Seminario “Lo sguardo e l’evento. Letture incrociate” si sono sviluppate molteplici linee di studio che riguardano tanto il cinema quanto la letteratura, la riflessione sull’estetica contemporanea e la ricerca semiotica.

In occasione del XXXVII convegno nazionale dell’Associazione Italiana Studi Semiotici (“Politica 2.0 – Memoria, etica e nuove forme della comunicazione in politica”) svoltosi a Bologna dal 23 al 25 ottobre 2009, un’intera sessione coordinata da Tarcisio Lancioni è stata dedicata ai rapporti tra “arti e politica”. Orizzonte di riferimento comune ai diversi interventi: “Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema”.

Al seguente indirizzo troverai la playlist con tutti gli interventi del Convegno.

http://www.youtube.com/user/associazionelevel5#grid/user/10B183D67368D942


Intervento di Giacomo Manzoli alla presentazione di Bologna del 16/10/2008

novembre 18, 2008

Nelle primissime note di Lo sguardo e L’Evento sono chiamati in causa alcuni numi tutelari della storia del cinema: Andrej Tarkovskij, Luis Bunuel, Serge Daney. Quest’ultimo è il cinefilo francese che – come il suo omologo italiano Enzo Ungari – ha bruciato le tappe dell’amore per le immagini in movimento, come se attraverso di esse fosse possibile intensificare il rapporto con la vita.
Quasi tutti quelli che amano il cinema hanno letto i suoi libri. Li hanno amati. Si sono commossi per la precisione con cui sapeva descrivere il sentimento ambiguo e misterioso che i film sanno evocare nei loro spettatori più sensibili. Si sono sorpresi, ammirati, per la sua intelligenza, capace di stabilire connessioni inoppugnabili dove gli altri vedono solo universi distinti. Hanno ammirato e invidiato il suo intuito, una questione sottile, di gusto, occhio, competenza e anima.
Quello che sto cercando di dire è che ho dialogato spesso con Serge Daney, anche se quando ho scoperto il suo nome Daney era già stato portato via. Ho letto i suoi saggi. Li ho amati istintivamente. Poi ci siamo confrontati di nuovo, questa volta in maniera più consapevole e riflessiva, su Cristiana F. o sulle teste degli spettatori del Roland Garros che seguono tutte assieme il punto giallo rappresentato dalla pallina, al di qua e al di là della rete. Poi ci siamo persi di vista per un po’, come succede a tutte le amicizie quando si va in cerca di qualcos’altro e si litiga per futili motivi. Ma l’affinità è dietro l’angolo, e alla fine ci siamo reincontrati, con più tenerezza e serenità.

Dico queste cose perché immagino che lo stesso destino sia inscritto nel rapporto che si andrà a creare, nei prossimi anni, fra Lo sguardo e l’evento e buona parte dei giovani cinefili che quotidianamente frequentiamo nelle nostre aule.
Le ragioni sono nel registro stesso del libro e nella maniera in cui si pone rispetto al cinema, alla storia delle sue teorie, al mondo che c’è attorno a tutto questo.
Il principio attorno al quale il discorso si sviluppa, infatti, è chiarito quasi all’inizio attraverso il richiamo di un dialogo a distanza (siamo sempre lì) fra Durrenmatt e Brecht. I due parlano di teatro, ma la frase di Brecht può essere ritenuta valida all’interno di qualsiasi prospettiva si scelga per osservare le cose: “il mondo d’oggi può essere descritto dagli uomini d’oggi solo a patto che lo si descriva come un mondo che può essere cambiato”.

Si capisce benissimo che si tratta di un programma. Più avanti le cose sono inquadrate in maniera ancora più precisa attraverso la citazione – via Virilio – di Gaston Leroux e Karl Kraus: “Come accade che il mondo sia governato e condotto alla guerra? I diplomatici mentono ai giornalisti e ci credono quando li leggono”, riflessione che anticipa le straordinarie pagine del saggio di Pierre Bourdieu sulla televisione, nel quale si dimostra come i sistemi chiusi e immutabili riescono a far circolare solo luoghi comuni convenzionali ai quali fa comodo che gli altri credano ma ai quali finiscono per credere gli stessi che li veicolano. Allora, se (con Maupassant) è ormai assodato che il realismo è un illusione e se – senza fiducia, ovvero disponibilità a credere – è assodato (anche nella cronaca di questi giorni) che il castello è destinato a crollare irrimediabilmente, la domanda sempre più pressante esplode nella sua elementare semplicità: a chi credere? Quali sguardi possono essere considerati sinceri? Quali film possono essere presi per buoni?
Per rifarsi al sottotitolo del libro, quali discorsi pescare nel flusso ininterrotto e pervasivo dei media, se quello che è fittizio sembra vero e quello che è reale sembra finto? Quali ricordi cristallizzati in immagini posso considerare parte di me, se anche l’album delle fotografie che mi ha accompagnato dall’infanzia può essere contraffatto (Blade Runner) e se riesco a trattenere i ricordi per un tempo che ormai non eccede i cinque minuti (Memento)? Quale cinema merita il prezzo del biglietto, l’investimento materiale di due ore di tempo e quello affettivo della riflessione e della scrittura, fra la massa informe di ripetizioni, imitazioni, cose che non corrispondono a quanto promesso dal titolo e che si limitano a rielaborare quei luoghi comuni dai quali siamo partiti?

Lo sguardo e l’evento, allora, è un libro che prende di petto la responsabilità che ciascuno dovrebbe sentire propria nel momento stesso in cui decide di considerare se stesso un essere umano: cambiare il mondo. Meglio: cambiare il mondo per farlo andare avanti, per consentirgli di procedere.
Una delle poche osservazioni che non mi pare di aver ritrovato nel libro di Marco Dinoi, fra le tantissime da lui ottimamente discusse in merito all’11 settembre è una di Umberto Eco che provo a ricordare a braccio. Eco, infatti, si interrogava sulla sproporzione evidente fra le migliaia di pagine che i giornali hanno dedicato all’evento nei giorni immediatamente successivi e la carenza assoluta di informazioni che venivano offerte in quelle pagine. Quindi osservava, paradossalmente ma non troppo, “per giorni e giorni, i mezzi di informazione non hanno fatto altro che ripetere ossessivamente, in tutte le possibili forme la stessa identica frase: dei dirottatori hanno fatto crollare le Twin Towers. Dei dirottatori hanno fatto crollare le Twin Towers. Dei dirottatori hanno fatto crollare le Twin Towers…”.

Così all’infinito. Come un disco che si incanta. Come il fotogramma che si blocca nel proiettore. Quello che accade dopo lo sappiamo benissimo: il calore diventa insopportabile per la sottilissima e fragile consistenza della pellicola. L’immagine si brucia e resta solo l’immagine di un cratere incandescente. Una superficie rovente, dove non si riesce a procedere, né avanti né indietro.
Più o meno, Lo sguardo e l’evento cerca di superare questa impasse, di prendere la spinta per uscire da questo incanto, dalla fascinazione stupita che inevitabilmente ci coglie quando non siamo più in grado di stabilire cos’è quello che stiamo vedendo, se sia vero o se sia falso, se abbia ancora un senso distinguere fra le due grandi coordinate che hanno orientato fin qui il nostro cammino etico.
Dinoi, allora, da una parte fa una ricognizione metodica dello scenario di paralisi schizofrenica che si viene a determinare: Roland Bartes, Slavoj Zizek, Jacques Derrida, Georges Didi-Huberman, Maurice Blanchot, Paul Ricoeur, Gilles Deleuze, Hannah Arendt, Luc Boltanski, de Certeau, Baudrillard, Benjamin, Augé, Montani, Sofri, Agamben, Grande. Una tradizione di pensiero che serve a costruire una specie di barriera ecologica contro l’inquinamento del rumore di fondo, dell’accumulo di residui che impedisce lo scorrimento lineare e fluido delle immagini e del pensiero che queste trascinano con sé. Che impedisce di distinguere e riconoscere.

Quindi, con questa strumentazione teorica e il coraggio dell’entusiasmo, Dinoi si immerge nella prassi del cinefilo e dello studioso, e passa a verificare se sia possibile individuare – nel panorama del cinema contemporaneo, dove non si intende solamente ciò che viene prodotto oggi ma anche ciò che si può vedere oggi, come si possono vedere adesso le immagini di ieri – figure di resistenza alla logica di una storia che non è per niente finita (e abbiamo apprezzato la leggerezza con cui Fukuyama viene citato en passant) ma che proprio nel trauma dell’11 settembre svela il proprio essere entrata in un corto circuito dove il senso tende a rarefarsi fino all’inconsistenza.

Riuscirà a trovarle? Riuscirà a trovare compagni di viaggio capaci di restituire consistenza a un reale che non è per niente consolatorio ma che ha almeno il pregio di “stare in piedi”, di essere “abitabile” (sebbene inabitabile, come Dinoi dimostra attraverso Deleuze)? Questo dovrà deciderlo il lettore. Seguendo il suo stato d’animo e le sue convinzioni, il filo di un ragionamento che convince con le armi della competenza e della passione.
Noi possiamo solo sottolineare il piacere di compiere un viaggio che consente di ritrovare una serie lunghissima di vecchi e nuovi amici e di verificare la loro capacità di fissare gli eventi e restituirli alla produttività del senso attraverso il filtro di uno sguardo che non aspira alla purezza quanto – più modestamente – all’onestà.
Lo sguardo di amici che magari avevamo dimenticato per strada: Orson Welles, Alain Resnais, Chris Marker, Ken Loach, Jean Luc Godard, ma soprattutto lo sguardo di giovani e meno giovani ma attualissimi autori ai quali abbiamo demandato la responsabilità di rappresentarci, di vedere con i loro occhi in un modo che renda le cose nuovamente intellegibili. Maestri riconosciuti come David Lynch o Marco Bellocchio, ancora capaci di sorprenderci e costringerci a fissare lo sguardo e le idee su un punto fermo. Che potrebbe essere riassumibile nella formula – banale ma non per questo meno vera – che ciò che è accaduto l’11 settembre è necessario non capiti mai più, e soprattutto ciò che è accaduto in seguito ai fatti di quel giorno. Fatti che non hanno saputo trasformarsi in eventi se non nello sguardo, appunto, dei cineasti che abbiamo citato e di molti loro più giovani colleghi: Inarritu, Sean Penn, David Fincher, Lars von Trier, Coixet, Spike Lee, Kitano Takeshi, Abbas Kiarostami, Werner Herzog, e un’infinità di altri nomi che arrivano fino a Saverio Costanzo, in una dimostrazione di raffinata competenza cinefila che non diventa mai saccente perché sostenuta dalla complicità del cineasta e – lo ribadiamo ancora una volta – da un amore e da una fiducia sconfinata in quella forma di sguardo intelligente, umanissimo e meccanico che chiamiamo appunto cinema.

Come dire che, sedersi in una sala cinematografica come quella in cui vi trovate e guardare le immagini proiettate su questo schermo bianco può contribuire ad una battaglia sostanziale per impedire che il mondo degeneri nel tristissimo Fight Club che pretendono di far risalire appunto a un evento troppo vero per essere rappresentazione e troppo carico di moniti per poter essere ridotto a quella mediocre sceneggiatura che ci hanno scritto sopra. Dopo aver visto i film, la lettura di un testo come Lo sguardo e l’evento è un modo per sbloccare il disco incantato e sciogliere la relazione fra gli occhi e gli avvenimenti da quel cortocircuito nel quale sembrava essere precipitata.

Giacomo Manzoli
Presidente del Corso di Laurea DAMS – Università di Bologna


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