“Lo sguardo e l’evento – Marco Dinoi: il cinema, i media, l’impegno” di Mario Vetrone (WhipArt)

aprile 9, 2009

Parlare dell’opera di Marco Dinoi – scomparso poco più di una anno fa – non è soltanto un modo per ricordare una persona che molto ha dato alla teoria e alla pratica cinematografica, ma pure l’occasione, grossa, per parlare di questi ultimi anni di guerre vere e virtuali, sotto il profilo mediatico e non solo.
Per quanto concerne la parte teorica l’ultimo saggio di Dinoi, Lo sguardo e l’evento (edito nel 2008) rappresenta davvero un faro, offrendoci un ricco scandaglio delle tematiche attinenti all’interazione tra fatti di portata planetaria e relativo trattamento sul piano della comunicazione audiovisiva, trasvolando tra i media, la memoria, il cinema.

Parafrasando le righe introduttive dell’opera, dal “sembra vero” dell’anteprima di tutte le prime, la proiezione dei fratelli Lumiére del 1985, al “sembra un film” dell’attacco alle due torri, lo scarto cognitivo tra reale e immaginario sembra essere stato riformulato dall’attuale uso dei media, e non certo sulla via della piena comprensione. È proprio la ripetizione continua dell’impatto delle Twin Towers – priva di un’etica e di una dialettica del racconto – ad alimentare questa carenza sul piano cognitivo, e la produzione di quello che Dinoi chiama un “calco dell’evento”. L’esame parte dal pensiero di Jean Baudrillard, Serge Daney, Francis Fukuyama, Paul Virilio; vale a dire da tutti coloro che hanno riflettuto sul ruolo e l’uso dei media di massa nella nostra società, sul tipo di relazione scaturente dalla sovrapposizione tra immagini e reale. Un reale fagocitato dall’immagine, un futuro ri-mediato ad arte, un continuo attentato al senso: ecco la cifra prevalente della produzione giornalistica contemporanea e di certa fiction (intesa in senso lato), ecco l’attacco alla visione di un audience che si vuole imbrigliato, addomesticato.

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Close-up – Recensione del libro “Lo sguardo e l’evento” di Alessandro Izzi

gennaio 16, 2009

Il territorio non è la mappa che lo rappresenta. La cartina geografica con la quale ci orientiamo quando viaggiamo, l’atlante stradale che consultiamo quando ci sentiamo persi hanno poco a che vedere con gli ambienti che attraversiamo. La silouette della Fontana di Trevi che campeggia nel fitto intrico di linee che rappresentano le strade di Roma ha un rapporto incerto con la fisicità delle sculture, con gli zampilli d’acqua e con le monetine gettate dai turisti coi loro incerti ed ambigui baluginii a pelo d’acqua.

È come per il pirata a caccia di un malloppo : sa bene che la X segnata sulla mappa indica il luogo in cui si trova il tesoro. Ma sa altrettanto bene che la X non è il tesoro. Perché la X non la puoi spendere, non la puoi usare, non la puoi nemmeno toccare dato che è poco più di uno sbaffo d’inchiostro su un pezzo di pergamena.

All’inizio della storia del cinema, quando i Lumiere puntavano la macchina da presa su signori che giocavano a carte fumando sigari, la differenza tra realtà ed immagine era un dato di fatto solo parzialmente posto in discussione. Secoli di dipinti e di sculture non avevano eliminato il muro che separava lo sguardo dall’evento. Ognuno sapeva bene che l’Infanta di Spagna era una persona viva e vera che parlava e che mangiava, che respirava e pensava. Se lei era l’evento, la tela era niente più che lo sguardo di Goya puntato su di lei.

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LIBRI DI CINEMA – Recensione di Carlo Valeri: “Lo sguardo e l’evento” di Marco Dinoi

dicembre 3, 2008

Come riuscire a rapportare il cinema e le sue immagini con le pratiche riproduttive dei dispositivi massmediologici e fruitivi del mondo contemporaneo? E’ possibile resistere con un cinema autoriale esterno all’incessante propagazione della virtualità sempre più imperante? E dov’è il mondo in tutto questo? Nelle immagini riflesse o nei processi teorici e realizzativi sottesi a esse? Sono alcune delle domande che Marco Dinoi (1972-2008) si pone nel suo complesso, illuminante e (purtroppo) postumo libro, diviso in quattro parti, ognuna delle quali a sua volta contenente diversi paragrafi. Docente universitario, saggista, regista di cortometraggi e documentari, Dinoi riflette, con perizia filologica impressionante, sulla rappresentazione del mondo da parte dei media e sulle dinamiche concettuali, culturali e sociali che tali riproduzioni mettono in atto nell’immaginario collettivo e nel rapporto tra noi spettatori e il visibile.

La sua analisi prende così in esame testi filmici anche molto diversi tra loro, dalle manipolazioni estetiche di Orson Welles, al documentarismo rarefatto di Werner Herzog, dalle sperimentazioni cromatiche di Kitano ed Ejzenstejin, all’acuta riflessione su un film precognitivo qual è il Fight Club di David Fincher (del quale mette in relazione molto acutamente la schizofrenia del protagonista con la creazione di un Doppio che è sì liberazione pulsionale dell’Io, ma anche e soprattutto creazione di un mondo fittizio e fantasioso che a sua volta si fa esso stesso autonomo).

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Appunti per un cinema dell’Apocalisse di Dimitri Chimenti

settembre 1, 2008

Se per filosofia intendiamo non un campo disciplinare, ma un’attività critica attraverso cui costruire un destino comune e testimoniare il mondo, allora in Italia essa solo raramente è stata applicata all’analisi del cinema. Vengono in mente soprattutto i nomi di Maurizio Grande e di Pietro Montani, ma anche quello di un giovane studioso recentemente scomparso, Marco Dinoi.

A pochi mesi dalla morte del suo autore esce Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema (Le lettere, € 25, pag. 328), un’analisi sulle diverse funzioni che televisione e cinema hanno svolto nella costituzione di una memoria degli eventi dell’11 Settembre. Un libro che parte dalla consapevolezza che tutto l’armamentario concettuale messo in campo dagli epigoni di Baudrillard e soci è ormai inservibile. E’ forse da questa consapevolezza che nasce una scrittura di un’eticità potente, capace di stabilire ancora una differenza primaria tra ciò che vediamo e ciò che conosciamo.

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