NEW (ITALIAN) MEDIA EPIC: RIFLESSI DI UN DIBATTITO

gennaio 24, 2010

di Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello, Francesco Zucconi

L’occasione
Nell’aprile del 2008, sulle pagine della rivista telematica Carmilla on line, faceva la sua comparsa un breve saggio di teoria e critica letteraria: si trattava della prima versione dell’ormai celebre memorandum sul New Italian Epic scritto da Wu Ming 1. Da allora la discussione è cresciuta in modo esponenziale, suscitando un ampio dibattito in rete e sulla carta stampata, che sarebbe poi entrato a far parte dei topic di molti convegni internazionali di letteratura.

Dinanzi a tutto questo l’accademia italiana, almeno al suo livello più istituzionale, sembrava invece assumere un atteggiamento sospeso tra rifiuto totale e caute aperture. Non è questo il luogo più adatto per indagare i motivi di una tale accoglienza, né del resto ci interessa farlo, ma appare comunque indicativo che la prima istituzione (e per ora, forse, l’unica) ad aver ammesso le questioni sollevate dal memorandum all’interno di una programmazione didattica, non sia stata una facoltà di Lettere, ma un’accademia di belle arti: la NABA di Milano.

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“ARTI E POLITICA” al XXXVII convegno AISS

dicembre 22, 2009

Dai lavori del Seminario “Lo sguardo e l’evento. Letture incrociate” si sono sviluppate molteplici linee di studio che riguardano tanto il cinema quanto la letteratura, la riflessione sull’estetica contemporanea e la ricerca semiotica.

In occasione del XXXVII convegno nazionale dell’Associazione Italiana Studi Semiotici (“Politica 2.0 – Memoria, etica e nuove forme della comunicazione in politica”) svoltosi a Bologna dal 23 al 25 ottobre 2009, un’intera sessione coordinata da Tarcisio Lancioni è stata dedicata ai rapporti tra “arti e politica”. Orizzonte di riferimento comune ai diversi interventi: “Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema”.

Al seguente indirizzo troverai la playlist con tutti gli interventi del Convegno.

http://www.youtube.com/user/associazionelevel5#grid/user/10B183D67368D942


Intervento di Maria Cristina Addis al XXXVII convegno AISS “ARTI E POLITICA” (audio)

dicembre 21, 2009

Di seguito riportiamo la registrazione e l’abstract dell’intervento di Maria Cristina Addis “Se il teatro pensa il mondo attraverso il cinema” realizzato in occasione XXXVII convegno nazionale dell’Associazione Italiana Studi Semiotici (“Politica 2.0 – Memoria, etica e nuove forme della comunicazione in politica”) svoltosi a Bologna dal 23 al 25 ottobre 2009.

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte

Abstract intervento

La terza sezione dell’opera teatrale The man with 5 fingers, ideata e performata dal gruppo olandese Hotel Modern e andata in scena per la prima volta a Rotterdam nel 2004, è dedicata alla narrazione dell’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001: avvalendosi di svariate risorse micro-telecamere, scenografie in miniatura, fantocci di cartapesta, recitazione teatrale gli autori costruiscono in scena le animazioni che vengono montate e proiettate in tempo reale sullo schermo che sovrasta il palco, offrendo agli spettatori contemporaneamente l’accesso al racconto di finzione l’evento mostrato dal punto di vista di attentatori e vittime, dove l’osservatore è installato nei due interni strutturalmente inaccessibili alla visione, lo spazio dell’aereo e linterno delle torri e alle modalità di costruzione della rappresentazione stessa.
A nostro avviso l’interesse del lavoro non si situa tanto a livello tematico l’ennesima riproposizione dell’evento traumatico che nel 2001 ha sconvolto l’emisfero occidentale declinata in versione parodistica e non si esaurisce nell’evidente gioco meta-teatrale che scopre dichiaratamente le regole del proprio farsi, ma racchiude una riflessione meta-discorsiva sul ruolo svolto dagli stereotipi narrativi prodotti e messi in circolazione dai testi filmici nell’elaborazione di eventi traumatici che affettano la collettività. Comè stato abbondantemente sottolineato da più parti, l’attacco alle due torri è stato prefigurato all’interno della produzione hollywoodiana cosiddetta catastrofista, delineando una singolare collisione fra generi finzionali, racconto mediale e percezione collettiva. Di fronte alla perentorietà con cui limmagine dell’attacco reiterata per mesi su schermi televisivi e pagine dei giornali ha assunto valore di auto-evidenza e trasparenza assoluta, di passaggio non mediato dall’evento alla sua immagine, l’operazione degli Hotel Modern che di quelle immagini presentano il rovescio, il luogo inaccessibile alla cognizione sembra riflettere sul ruolo di filtri traduttivi assunto dai cliché narrativi di fronte a un evento inaccessibile all’esperienza diretta.
L’analisi si concentrerà principalmente sul livello figurativo dell’animazione proiettata, nell’ipotesi che i tratti di ambivalenza e incompiutezza manifestati da attori e ambienti gli edifici che mimano l’architettura urbana restano riconoscibili come contenitori di succhi di frutta o semplici scatole in cartone, i fantocci di cartapesta che fungono da attori sono appena abbozzati che stridono con la spettacolarizzazione e leffetto di coinvolgimento patemico veicolati dai contenuti messi in scena, siano omologabili, sulla dimensione cognitiva, al processo necessariamente incompiuto di dar forma all’ignoto, all’inconoscibile, attraverso formule stereotipate che mancano loggetto, non arrivano a coglierlo come forma compiuta.


Intervento di Massimiliano Coviello al XXXVII convegno AISS “ARTI E POLITICA” (audio)

dicembre 20, 2009

Di seguito riportiamo la registrazione e l’abstract dell’intervento di Massimiliano Coviello “Le forme del discorso politico ne Il Divo di P. Sorrentino” realizzato in occasione XXXVII convegno nazionale dell’Associazione Italiana Studi Semiotici (“Politica 2.0 – Memoria, etica e nuove forme della comunicazione in politica”) svoltosi a Bologna dal 23 al 25 ottobre 2009.

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte

Quinta parte

Abstract intervento

Dopo un lungo periodo di “disimpegno” dai temi politici e di rilevanza sociale che, in linea di massima, ha caratterizzato il cinema italiano tra gli anni ottanta e gli anni novanta assistiamo a un periodo di “rinascita” caratterizzato da un rinnovata necessità di confrontarsi con avvenimenti storici e fatti di attualità molto dibattuti dall’opinione pubblica e non ancora “assimilati” dal corpo sociale. Tra i fautori di questo nuovo fermento che si sta producendo nel cinema italiano contemporaneo vanno annoverati diversi registi tra cui: Marco Bellocchio (Buongiorno, notte del 2003), Nanni Moretti (Il caimano, 2006), Emanuele Crialese (Nuovomondo, 2006), Matteo Garrone (Gomorra, 2008), Paolo Sorrentino (Il Divo, 2008). Sarebbe un errore considerare l’impegno sociale e l’importanza etica di questi film solo sulla base di un realismo tematico (il terrorismo, i fenomeni migratori, il crimine organizzato, la commistione tra criminalità e politica, ecc.) e quindi tralasciando le modalità di rappresentazione e il discorso formale che le singole opere mettono in gioco. Pur condividendo l’interesse di critica e di pubblico che questi film hanno ricevuto, l’obiettivo del presente lavoro è quello di indagare, attraverso gli strumenti della semiotica strutturale, le modalità di costruzione e di rappresentazione del discorso politico concentrandosi su un singolo testo filmico.
Il Divo (2008) sfrutta differenti modalità di testualizzazione della storia politica italiana con l’obiettivo di riattivare e rielaborare la memoria di eventi relativi al periodo di travagliata transizione dalla Prima alla seconda Repubblica. Soggetto privilegiato di questa “ricostruzione” è Giulio Andreotti (interpretato da Tony Servillo), uno dei principali protagonisti della storia politica italiana e rappresentante del più grande partito di massa, la Democrazia Cristiana. Per questo motivo, l’analisi si concentrerà sulle strategie di rappresentazione del “corpo del capo” e di spettacolarizzazione delle vicende che lo hanno coinvolto. A livello diegetico, non assistiamo alla pedissequa riproposizione di eventi ed esistenti, né ad una loro ricostruzione con il solo obiettivo di valutare le colpe o smascherare presunti colpevoli. In altre parole, Il Divo costruisce il suo discorso sulla storia politica italiana attraverso una messa in discussione costante dei testi che la hanno precedentemente veicolata o che ne erano parte integrante, in una tensione costante tra documentazione e rilettura di un passato traumatico. È il caso emblematico degli inserti audiovisivi in cui si “dà voce” alle lettere scritte da Aldo Moro durante la sua prigionia ad opera delle Brigate Rosse. Il film ne modifica in parte il contenuto e mostra gli effetti patemici sui soggetti politici a cui queste erano indirizzate.
L’analisi si concentrerà inoltre sui modelli figurativi e sulle strategie narrative del monologo/confessione di Andreotti; la sequenza è un vero e proprio metadiscorso in cui emerge come la modalità del potere sia il valore centrale, se non l’unico, nella costruzione del discorso politico.