Nell’opera di Bellocchio infatti è facile riscontrare la ricorrenza e la centralità di vere e proprie interferenze mediali, quale principale strumento di narrativizzazione del passato: interventi, cioè, dentro il corpo diegetico del film, provenienti da fonti altre, e quindi referenti di istanze e linguaggi differenti. Marco Dinoi in Lo sguardo e l’evento ha provato a darne una classificazione (riferendola ovviamente all’audiovisivo in senso generale, non solo a Bellocchio), giungendo a distinguere tra inserti, prelievi e innesti.
Questi documenti (tali sono a tutti gli effetti) fanno corpo con le immagini manifestamente finzionali del testo filmico, acquisendo, nel rapporto con esse, valori e sensi di volta in volta differenti: il montaggio cinematografico lavora sul documento e ne riformula radicalmente la funzione e persino la sostanza.
Vincere segna in questo senso un’altra tappa della sperimentazione bellocchiana sulla messa in scena della memoria.
di Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello, Francesco Zucconi
L’occasione
Nell’aprile del 2008, sulle pagine della rivista telematica Carmilla on line, faceva la sua comparsa un breve saggio di teoria e critica letteraria: si trattava della prima versione dell’ormai celebre memorandum sul New Italian Epic scritto da Wu Ming 1. Da allora la discussione è cresciuta in modo esponenziale, suscitando un ampio dibattito in rete e sulla carta stampata, che sarebbe poi entrato a far parte dei topic di molti convegni internazionali di letteratura.
Dinanzi a tutto questo l’accademia italiana, almeno al suo livello più istituzionale, sembrava invece assumere un atteggiamento sospeso tra rifiuto totale e caute aperture. Non è questo il luogo più adatto per indagare i motivi di una tale accoglienza, né del resto ci interessa farlo, ma appare comunque indicativo che la prima istituzione (e per ora, forse, l’unica) ad aver ammesso le questioni sollevate dal memorandum all’interno di una programmazione didattica, non sia stata una facoltà di Lettere, ma un’accademia di belle arti: la NABA di Milano.
Dai lavori del Seminario “Lo sguardo e l’evento. Letture incrociate” si sono sviluppate molteplici linee di studio che riguardano tanto il cinema quanto la letteratura, la riflessione sull’estetica contemporanea e la ricerca semiotica.
In occasione del XXXVII convegno nazionale dell’Associazione Italiana Studi Semiotici (“Politica 2.0 – Memoria, etica e nuove forme della comunicazione in politica”) svoltosi a Bologna dal 23 al 25 ottobre 2009, un’intera sessione coordinata da Tarcisio Lancioni è stata dedicata ai rapporti tra “arti e politica”. Orizzonte di riferimento comune ai diversi interventi: “Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema”.
Al seguente indirizzo troverai la playlist con tutti gli interventi del Convegno.
Di seguito riportiamo la registrazione e l’abstract dell’intervento di Maria Cristina Addis “Se il teatro pensa il mondo attraverso il cinema” realizzato in occasione XXXVII convegno nazionale dell’Associazione Italiana Studi Semiotici (“Politica 2.0 – Memoria, etica e nuove forme della comunicazione in politica”) svoltosi a Bologna dal 23 al 25 ottobre 2009.
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Abstract intervento
La terza sezione dell’opera teatrale The man with 5 fingers, ideata e performata dal gruppo olandese Hotel Modern e andata in scena per la prima volta a Rotterdam nel 2004, è dedicata alla narrazione dell’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001: avvalendosi di svariate risorse micro-telecamere, scenografie in miniatura, fantocci di cartapesta, recitazione teatrale gli autori costruiscono in scena le animazioni che vengono montate e proiettate in tempo reale sullo schermo che sovrasta il palco, offrendo agli spettatori contemporaneamente l’accesso al racconto di finzione l’evento mostrato dal punto di vista di attentatori e vittime, dove l’osservatore è installato nei due interni strutturalmente inaccessibili alla visione, lo spazio dell’aereo e linterno delle torri e alle modalità di costruzione della rappresentazione stessa.
A nostro avviso l’interesse del lavoro non si situa tanto a livello tematico l’ennesima riproposizione dell’evento traumatico che nel 2001 ha sconvolto l’emisfero occidentale declinata in versione parodistica e non si esaurisce nell’evidente gioco meta-teatrale che scopre dichiaratamente le regole del proprio farsi, ma racchiude una riflessione meta-discorsiva sul ruolo svolto dagli stereotipi narrativi prodotti e messi in circolazione dai testi filmici nell’elaborazione di eventi traumatici che affettano la collettività. Comè stato abbondantemente sottolineato da più parti, l’attacco alle due torri è stato prefigurato all’interno della produzione hollywoodiana cosiddetta catastrofista, delineando una singolare collisione fra generi finzionali, racconto mediale e percezione collettiva. Di fronte alla perentorietà con cui limmagine dell’attacco reiterata per mesi su schermi televisivi e pagine dei giornali ha assunto valore di auto-evidenza e trasparenza assoluta, di passaggio non mediato dall’evento alla sua immagine, l’operazione degli Hotel Modern che di quelle immagini presentano il rovescio, il luogo inaccessibile alla cognizione sembra riflettere sul ruolo di filtri traduttivi assunto dai cliché narrativi di fronte a un evento inaccessibile all’esperienza diretta.
L’analisi si concentrerà principalmente sul livello figurativo dell’animazione proiettata, nell’ipotesi che i tratti di ambivalenza e incompiutezza manifestati da attori e ambienti gli edifici che mimano l’architettura urbana restano riconoscibili come contenitori di succhi di frutta o semplici scatole in cartone, i fantocci di cartapesta che fungono da attori sono appena abbozzati che stridono con la spettacolarizzazione e leffetto di coinvolgimento patemico veicolati dai contenuti messi in scena, siano omologabili, sulla dimensione cognitiva, al processo necessariamente incompiuto di dar forma all’ignoto, all’inconoscibile, attraverso formule stereotipate che mancano loggetto, non arrivano a coglierlo come forma compiuta.